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domenica 22 maggio 2016

Recensione de "Il diavolo in corpo", di Raymond Radiguet

Cari lettori,
approfitto di una piccola pausa dallo studio pre-esami per parlarvi di un libro molto speciale, di cui sono venuta a conoscenza grazie al bellissimo intervento di Elisabetta Rasy per le Strane Coppie, un ciclo di incontri letterari organizzati da Lalineascritta. Scritto dal giovanissimo Raymond Radiguet, morto appena ventenne, e pubblicato per la prima volta in Francia nel 1923, "Il diavolo in corpo" fu a suo tempo un romanzo scandalo, date le tematiche sconvenienti trattate, ma divenne ben presto un classico della letteratura francese di inizio Novecento. Allora, siete curiosi? Leggete il post.

La trama:

Ambientato ai tempi della prima guerra mondiale, ha per protagonista un ragazzo che diventa l'amante di una giovane donna, Marthe, poco più grande di lui, promessa sposa di un soldato al fronte, Jacques. E' un'iniziazione sentimentale e sessuale febbrile e perturbante, una passione sondata con sguardo penetrante dall'autore, che scandaglia i contraddittori impulsi dell'adolescenza di fronte al sesso e alla responsabilità dell'età adulta. 

La mia recensione:

In una cittadina anonima sulle rive della Marna abita il nostro protagonista e narratore, anch'egli senza nome (sebbene nelle bozze del romanzo si chiamasse Francis), un quindicenne dall'animo ribelle con una forte passione per la letteratura e per l'arte. 
Un giorno di primavera incontra Marthe, figlia di certi amici di famiglia, che lo affascina con la sua natura irruenta e un po' civettuola. Ma la bella diciannovenne è già fidanzata con un altro uomo, un bigotto di nome Jacques di stanza al fronte da parecchi mesi. I due ragazzi instaurano un bel rapporto di amicizia, che per un po' non sembra portare ad altro, poiché il nostro protagonista ha altri pensieri che lo allontanano da Marthe, prima tra tutti la scuola.

A forza di pensare a Marthe, ci pensavo sempre meno. Nella mia mente succedeva quanto capita allo sguardo che vaga sulla tappezzeria di carta della camera. A forza di guardarla, gli occhi non la distinguono più. [...] Se uno stimolo proveniente da fuori mi costringeva a pensare a Marthe meno pigramente, la pensavo senza amore, con la nostalgia che si prova per quello che sarebbe potuto accadere. (Tratto da "Il diavolo in corpo")

Poco dopo il matrimonio, quando il marito parte nuovamente per il fronte, Marthe invita il suo giovane amico a casa per un té. Non ci vuole molto perché entrambi si confessino i reciproci sentimenti, dando inizio alla loro storia d'amore illecita, che sarà tormentata e ricca di ostacoli.
Troppo innamorati, o semplicemente troppo ingenui, per riuscire a tenere nascosto il loro affair, diventano presto oggetto di malevole chiacchiere tra i vicini e gli amici, che prendono ad evitare entrambi per la loro condotta sconveniente. All'inizio è facile ignorare l'isolamento sociale, basta ci sia l'amore, dicono, ma ben presto quello che pareva un sentimento solido e destinato a durare comincia a mostrare delle incrinature nelle fondamenta.

Cominciavo ad apprezzare il sonno casto e libero, il benessere di sapermi solo in un letto dalle lenzuola linde. Per non trascorrere più la notte da Marthe adducevo ragioni di prudenza. Lei ammirava la mia forza di carattere. [...] A letto, accanto a lei, d'improvviso, mi prendeva la voglia di dormire da solo, a casa dei miei; e presentivo quanto la vita in comune mi sarebbe risultata intollerabile. (Tratto da "Il diavolo in corpo")

Nonostante i due amanti si atteggino a persone adulte e indipendenti, essi non sono altro che ragazzini capricciosi e un po' volubili. Gelosia, ripicche e tradimenti sono viste dai due come simboli della loro passione bruciante, che si alimenta del sospetto e della noia che li attanagliano.
Il nostro protagonista pare stufarsi presto di Marthe, eppure allo stesso tempo non riesce a starle lontano, tormentato dal pensiero che un altro possa averla, specialmente quel marito lontano, che ogni tanto fa ritorno a casa e al quale Marthe giura di non essersi concessa mai dall'inizio della loro tresca. Ma sarà davvero questa la verità? 
Dal canto suo, Marthe sembra nutrire una vera e propria ossessione per il suo giovane amante; in ogni suo silenzio vede la fine del suo amore, in ogni sua assenza il tradimento. Ne diventa presto schiava, troppo presa dalla paura di perderlo per vedere il suo egoismo e i suoi capricci.

Non provai mai tanta voglia di baciare Marthe come quando qualche occupazione l'allontanava da me; mai tanta voglia di sfiorarle i capelli, di arruffarglieli, come nel momento in cui lei si pettinava. In barca, mi precipitavo su di lei coprendola di baci finché abbandonava i remi; [...] Lei vi riconosceva i segni di una passione ingovernabile, mentre era soprattutto il malvezzo assillante di infastidire che mi spingeva a comportarmi così. (Tratto da "Il diavolo in corpo)

Lo stile di Radiguet, semplice, lineare e scarno di dialoghi, rispecchia certamente la giovane età dell'autore. Altrettanto semplice è la trama, che non presenta momenti di notevole azione né colpi di scena eclatanti. Tuttavia, il narratore ci trascina con sé, con la sua voce cinica e lontana, un "senno di poi" che racconta le sue passioni di gioventù con più crudezza di quanto richiederebbe una storia d'amore tra due adolescenti.
Il narratore pare consapevole dei tratti infantili e ossessivi della tresca con Marthe e non tenta in alcun modo di giustificarli, pur chiamando spesso in causa la volubilità e i desideri carnali legati all'età. La semplicità della trama, comunque, non mi è affatto dispiaciuta, sebbene in un paio di punti della narrazione ci sia una specie di ripetitività dei temi che ha rallentato un po' la mia lettura: l'infedeltà, il sospetto e il tentennamento amoroso vengono portati all'attenzione del lettore un po' troppe volte, pur contribuendo a trasmettere quel senso di ossessione e pedanteria che fanno parte di entrambi i personaggi coinvolti.
L'immersione del lettore nella tresca è totale, pochissimi sono i cenni al mondo esterno e alla guerra, che viene citata quasi soltanto in riferimento alla lontananza di Jacques. 
Tutto è in funzione della passione e dell'inganno. E gli affetti familiari, che all'inizio del racconto sono descritti quasi come idilliaci, si trasformano ben presto, sotto la lente deformante dell'amore proibito, in attenzioni soffocanti e insensibili, affetti da temere poiché potrebbero portare alla fine di tutto.

In generale, leggere "Il diavolo in corpo" è stata un'esperienza piacevolissima. Radiguet possedeva di certo molto talento e non dubito che, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe scritto molti capolavori. Non posso non consigliarvi la lettura di questo romanzo, dai più visto come il prototipo del bestseller erotico-sentimentale, che sa dipingere così bene i tormenti e -è il caso di dirlo- l'indiavolamento causati dal primo amore.

Voto 7
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lunedì 25 aprile 2016

Recensione di "Lisario o il piacere infinito delle donne" di Antonella Cilento

Cari lettori,
ritorno al blog dopo mesi di studio intenso con la recensione di un libro che mi sta molto a cuore. Chi mi segue su Instagram saprà che "Lisario o il piacere infinito delle donne" è stato una parte importantissima della mia tesi di laurea triennale, riguardante la genealogia e il destino del romanzo picaresco. 
Ora che è tutto finito, lo stress per la tesi e per la seduta in generale, mi sento finalmente pronta a condividere la mia analisi del romanzo con voi. Se siete interessati, leggete oltre.

Trama:

Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest'obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. 
E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente - in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l'incontrollabile ed eversiva energia delle donne. 

La mia recensione:

Sin dalle prime pagine, leggendo le appassionate lettere che Lisario, devotissima, indirizza alla Madonna, non possiamo non provare simpatia per questa vivace ragazzina dalla lingua lunga. 
Lingua che, ahimé, le viene portata via molto presto in seguito a un intervento al gozzo mal riuscito. Perciò Lisario scrive per trovare conforto e per dar voce ai suoi pensieri più profondi, commentando le vicende in uno spazio temporale lontano, quasi assente, dallo svolgimento di esse. 

"La Madre che piange al mio capezzale, il Padre serio, che la rimprovera. Così io provo a parlare per dire: sono viva! Ma non mi esce fiato, non una parola [...]. Sono muta! Sono spenta, sono un Liuto senza Corda. [...] Corro per le mura, scappo, le mani sulla bocca. Che mi hanno fatto!Da oggi solo Lettere a Te, Signora mia Dolcissima. Le nascondo qui, sotto le pietre, nella spiaggia del Castello, dove ora scrivo. Arrivano, mi cercano, che il mare le protegga."(Tratto da "Lisario o il piacere infinito delle donne")

Privata della parola, Lisario non può opporsi alla decisione del padre, che vuole maritarla a un uomo molto più vecchio di lei, "bavoso e gottoso". In collera, decide di dormire, come aveva fatto nei mesi dopo l'intervento, per sfuggire a quell'orribile destino. 
Ella è per molti aspetti una figura femminista: non accetta passivamente il destino che le viene imposto né dalla società homocentrica in cui vive né tanto meno dagli uomini che fanno parte della sua vita. Lisario dorme e si sveglia quando le pare e piace ed è, nei limiti del possibile, padrona del suo avvenire. E infatti sarà soltanto un anno dopo, con l'arrivo di Avicente Iguelmano, che Lisario deciderà di tornare alla vita.
Avicente è un medico spagnolo, un ciarlatano, giunto a Napoli per dare nuova linfa alla sua reputazione. Uomo senza alcun talento in particolare se non quello di vendere capsule di erbe e zucchero quali effetto placebo, vuole la gloria e la fama. Risvegliando Lisario ottiene il successo tanto sperato, ma si accorge presto che il suo carattere debole e la sua mediocrità non sono compatibili con l'animo indomito della moglie, donna per nulla remissiva, che osa procurarsi piacere fisico da sola quando lui non è in grado di soddisfarla. 
L'ossessione per Lisario, ma soprattutto per il corpo femminile, conturbante e misterioso, lo porterà sull'orlo della follia.

"Odiava la moglie perché poteva procurarsi piacere senza di lui e perché lo sbeffeggiava anche in questa pratica. E poi: a chi pensava questa moglie tanto istruita dei fatti della carne mentre si gingillava in sua assenza? A un soldato? A un principe? A un passante? Tutti li odiava, tutti.[...] fu preso da un'ossessione mascherata da virtù professionale, ovvero decise d'applicarsi a una branca della medicina pochissimo esplorata e considerata di nessun conto: la donna." (Tratto da "Lisario o il piacere infinito delle donne")

A questo punto, fanno la loro comparsa diversi personaggi che posso descrivere soltanto come picareschi: furfanti e malfattori, che danno colore alla trama e contribuiscono a renderla più fitta di avvenimenti. Infatti, pur essendo Lisario la protagonista dichiarata della vicenda, la voce narrante segue in terza persona anche le azioni di questi personaggi, picari disonesti, che insieme alla tematica della ricerca del piacere, dell'amore e della follia dominano lo scenario narrativo. 

Lisario accoglie in sé diversi elementi letterari che catapultano il lettore in un universo caotico, fatto di luci e ombre, quale è la Napoli del Seicento
Risuona forte e chiaro l'eco della famosissima raccolta di favole napoletana, "Lo cunto de li cunti", che in Lisario, bella addormentata nel castello di Baia, vede la reincarnazione di Talia, la principessa dormiente di Giovanbattista Basile. 
L'elemento favolistico sfuma al cospetto dei furfanti del romanzo: lontani dai personaggi fiabeschi, essi non compiono azioni malvagie in funzione di una cattiveria innata e fine a se stessa, ma in base alle circostanze in cui la vita stessa li ha barcamenati e fanno ciò che possono per ottenere un minimo di felicità terrena. 
L'interesse dell'autrice Antonella Cilento è dunque per gli aspetti più degradati della realtà e per i personaggi più miseri, creando un'immagine che rimanda ai dipinti cinquecenteschi, con il mondo terreno in basso, cupo e disordinato e ricco di sofferenza e umanità, e il mondo divino in alto, sempre presente ma fermo nel suo punto d'osservazione, un mondo che non entrerà in contatto con l'altro fino all'avvento di Caravaggio.  
I toni usati rimandano invece allo stile picaresco: episodi comici si alternano ad altri tragici o eroici, con un linguaggio spesso crudo e con un ritmo veloce, incalzante, che avvolge il lettore stretto, lasciandolo precipitare nella spirale di eventi insieme ai protagonisti. 
La narrazione è in terza persona e, pur avendo modo di conoscere il punto di vista di Lisario tramite le sue lettere alla Madonna, abbiamo una visione periferica e onnisciente delle vicende. 
Il punto di vista dell'azione è perciò oggettivo e soggettivo insieme, grazie all'adozione di una finta terza persona che permette al lettore di essere interno ed esterno ai pensieri dei personaggi coinvolti. Il giudizio di Lisario sui fatti si unisce a quello dell'opinione pubblica, creando un piacevolissimo contrasto tragicomico che è tipico della letteratura cinquecentesca, e della commedia napoletana in primis. 

"Tonno, quando non minacciava, cosa che faceva in perfetto spagnolo, parlava un cattivo napoletano mescolato di fantasiose inflessioni [...] -E... dottò? Ve pozzo dicere la mia personale scoperta? 'O sesso d'è femmine nun stà mmiez' e cosce, s'o portano ccà- e si era battuto il petto. -So 'e zizze!." (Tratto da "Lisario o il piacere infinito delle donne")

Antonella Cilento con il suo "Lisario" è arrivata finalista al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Boccaccio dello stesso anno; riconoscimenti meritatissimi, aggiungerei.
Lo stile della Cilento è particolare, la trama mai banale o noiosa. Dall'inizio alla fine, il suo romanzo ha saputo catturare la mia attenzione, trovando sempre nuovi modi di tenere vivo il mio interesse. 
Da napoletana, poi, non ho potuto evitare di sentirmi emotivamente coinvolta, legata ad ogni luogo della città, ai colori e al chiacchiericcio della gente che, seppure siano passati secoli dal tempo in cui avviene la vicenda, ancora oggi sono un tratto distintivo della mia bella Napoli.
Dunque, che siate del sud oppure no, vi consiglio caldamente la lettura di "Lisario", per sentirvi più vicini alla storia, alla cultura napoletana, per farvi due risate e per vivere una storia d'amore e di tanto altro diversa dal solito.

Voto: 9
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lunedì 4 gennaio 2016

Recensione de "La meccanica del cuore" di Mathias Malzieu

Care lettrici e cari lettori,
ritorno al blog con la più ferma delle intenzioni: leggere di più, scrivere di più. Soprattutto qui sul blog, che ho a lungo ingiustamente trascurato. Iniziamo il nuovo anno alla grande, con la recensione di un libro molto particolare, di matrice francese, che ha attirato la mia attenzione (lo ammetto) con la sua bellissima copertina, disegnata dall'artista francese Benjamin Lacombe, di cui ammiro tantissimo i lavori.
Copertina a parte, "La meccanica del cuore" ha saputo regalarmi alcune ore piacevoli, tenendomi compagnia in un lungo viaggio in treno che, dopotutto, è risultato gradevole. 
Volete saperne di più di questo romanzo insolito? Leggete il post.

Trama:

Nella notte più fredda del mondo possono verificarsi strani fenomeni. E' il 1874 e in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madelaine, dai più considerata una strega, salverà il neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali. L'amore, innanzitutto. Ma non si può vivere al riparo dalle emozioni e il giorno del suo decimo compleanno, la voce ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il cuore di Jack come non mai. Ormai innamorato, è disposto a tutto per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio attraverso mezza Europa fino a Granada. E finalmente due figure delicate, fuori dagli schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L'amore è dolce scoperta, ma anche tomento e dolore e Jack lo sperimenterà ben presto.

La mia recensione:

Il primo amore, quello che smuove le viscere, che tiene svegli la notte e fa fare cose folli. E' lui a domare le scene di questo romanzo. Un sentimento puro, magnifico e terrificante, che tiene tutti, e in questo caso il piccolo Jack, sotto scacco.
Il nostro protagonista vive una condizione bizzarra: è nato con il cuore ghiacciato e la levatrice Madelaine, per salvarlo, collega l'organo a un piccolo orologio a cucù che lo mantiene in vita. Cresciuto nella bambagia, al sicuro nella casa in cima alla più alta collina di Edimburgo, con la levatrice a fargli da madre iperprotettiva e un piccolo gruppo di amici altrettanto bizzarri, Jack non conosce l'amore, perlomeno non quello passionale e folle.
Ma ha l'occasione di sperimentarlo il giorno del suo decimo compleanno, quando finalmente Madelaine decide di mostrargli la città. C'è un mondo meraviglioso ai piedi della collina, Jack se ne rende subito conto. Ma tutto diventa superfluo quando i suoi occhi si posano su una giovane cantante andalusa, dalle movenze un po' goffe a causa della miopia, con la voce angelica. 
Bastano pochi attimi e il cuore di Jack freme di passione per la ragazza sconosciuta. Letteralmente. E quando la perde di vista a causa del malfunzionamento del suo cucù, Jack fa di tutto per poterla vedere ancora una volta.


"Il mistero che avvolge la piccola cantante mi rende euforico. Colleziono immagini mentali delle sue lunghe ciglia, delle fossette, del naso perfetto e delle pieghe delle labbra. Cullo il suo ricordo con la stessa cura che riserviamo a un fiore delicato. Le dedico molto tempo.Penso solo a una cosa: ritrovarla. Gustare ancora, prima possibile, quell'indicibile sensazione. [...] Rischio la morte? Forse, ma adesso rischio la vita se non la rivedo, e alla mia età mi sembra molto più grave." (Tratto da "La meccanica del cuore")

Passano parecchi anni prima che il suo sogno diventi realtà. Ma Jack è ostinato e il suo amore fortissimo. Finita la scuola, contro il volere di Madelaine, parte per il Continente alla ricerca della sua amata. Durante il viaggio incontra personaggi piuttosto singolari; di alcuni fa bene a fidarsi, di altri no, ma tutti gli lasciano qualcosa, una frase, una lezione di vita che Jack custodirà attentamente anche dopo aver ritrovato la sua Miss Acacia. Tuttavia, saranno soprattutto gli avvertimenti di sua madre ad ossessionarlo di giorno, quando la bella cantante andalusa è lontana dal suo sguardo e il morso della gelosia gli corrode le viscere.

"Un giorno o l'altro, tutto il piacere e la gioia che l'amore può suscitare si pagano con la sofferenza. E più si ama intensamente e più il dolore sarà moltiplicato. Sperimenterai l'assenza, poi i tormenti della gelosia, dell'incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell'ingiustizia. Avrai freddo fino nelle ossa e il sangue formerà dei ghiaccioli che sentirai passare sotto la pelle. La meccanica del tuo cuore esploderà." (Tratto da "La meccanica del cuore")

Le atmosfere che accompagnano le avventure di Jack sono fiabesche eppure crude, i colori grigi ma in maniera delicata e d'effetto. La dolcezza con cui i tormenti d'amore sono descritti, e così anche gli elementi grotteschi e surreali, ricordano moltissimo il cinema di Tim Burton. D'altronde, chi è mai riuscito a descrivere l'altra faccia del mondo, le creature deformi, l'amore e le ossessioni, con i toni soffici tipici della fiaba?
Mathias Malzieu ci è riuscito. Certo, il suo romanzo non è perfetto. I salti temporali sono enormi, spesso poco descritti; a volte anche i dialoghi appaiono affrettati o poco credibili. Tutto pare avvolto da una foschia che soltanto sporadicamente ci permette di vedere il centro dell'azione. Sarà che il punto di vista è in prima persona e che, quindi, tutto filtra attraverso gli occhi di Jack. Quali dettagli può mai ricordare un ragazzo innamorato, se non riguardano la donna amata e le notti di passione trascorse con lei? Diciamo che su questo gliela diamo buona.

Ma passiamo a descrivere i nostri due innamorati, tanto dolci nei primi momenti della loro relazione, come si può essere solo quando si è giovani e innamorati.
Jack appare fin da subito una persona intraprendente e determinata, così desideroso di vivere la sua storia con Miss Acacia da risultare un po' ingenuo. La passione descritta nel suo primo incontro con lei, e nel periodo di tormento amoroso successivo, mi è parsa un po' esagerata, a dirla tutta. Un bambino di dieci anni non guarda certo il corpo delle sue coetanee in maniera bramosa e sensuale come invece fa Jack. Forse questo è il dettaglio su cui davvero non posso passare sopra, nonostante io mi renda conto che il libro non è di genere realistico. 
Ma andiamo avanti. Con il passare del tempo, Jack conosce la gelosia e la sua sicurezza inizia a vacillare. L'amore sarà sufficiente a tenerli insieme? Tra gli uomini che occhieggiano la sua amata ballerina c'è chi riuscirà a portargliela via prima o poi? Dubbi fondati, secondo me, dato che la nostra Miss Acacia presenta tratti da civetta
Più di una volta, lo ammetto, ho messo in discussione i suoi sentimenti per Jack; pur dichiarando di amare lui e il suo essere diverso (messaggio che ho apprezzato molto), mi è parsa spesso scostante, bugiarda, il classico tipo che prima flirta con qualcuno e poi, colta sul fatto, accusa il fidanzato di paranoia. Una situazione alla Otello e Desdemona, per intenderci.
Sinceramente, non so dire se questa sua ambiguità nel rapporto sia dovuto proprio al punto di vista soggettivo di Jack. In fondo, lui racconta la storia, lui è geloso, dunque perché non vedere i fatti deformati dalla diffidenza nel suo sguardo?


"Eppure sopra questa felicità semplice e ovvia incombe una nuvola minacciosa. Sono orgoglioso di Miss Acacia come non lo sono mai stato di nessuno. Man mano che il tempo passa però gli sguardi estasiati dei maschi della mia specie mi fanno ingelosire sempre più. Mi rassicuro ripetendomi che senza occhiali, forse, non riesce nemmeno a vedere questa mandria di uomini più belli di me." (Tratto da "La meccanica del cuore)

Nonostante i difetti strutturali già descritti, che vanno intensificandosi nel finale insolitamente affrettato, "La meccanica del cuore" è stata una lettura piacevole, che è riuscita a regalarmi qualche sorriso nostalgico e qualche parola zuccherosa. E' sempre bello indossare gli occhi di un giovane e vedere l'amore per la prima volta. Se cercate un romanzo che vi riporti alla prima cotta, ai primi baci e alle avventure giovanili questo fa al caso vostro.
Il libro, ovviamente, non si limita a questo. E' un romanzo di formazione, che segue Jack dall'infanzia fino all'età adulta, l'età in cui la passione può degenerare in follia e la gelosia significa mancanza di fiducia. Vedrete Jack diventare uomo, lavorare sodo per far funzionare la sua relazione, affrontare ostacoli che parrebbero minacciare l'intesa tra lui e Miss Acacia. E vedrete la sua ingenuità e la sua fiducia corrose dalla gelosia e dall'incertezza. Il mondo degli adulti non potrebbe essere più lontano di così dagli universi fiabeschi, e Jack lo impara molto presto.


Voto: 6 e 1/2

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Cosa ne pensate de "La meccanica del cuore"? Lo leggerete? O l'avete già letto? Lasciate un commento.






mercoledì 18 marzo 2015

Recensione de "La fabbrica delle meraviglie" di Sharon Cameron

Cari lettori, la recensione di oggi riguarda "La fabbrica delle meraviglie", primo volume di una trilogia, scritto dalla talentuosa Sharon Cameron, che nel 2009 ha ricevuto il Premio Sue Alexander come Scrittrice più promettente di New York dall'Associazione degli Scrittori di libri per ragazziPremio più che meritato, aggiungerei. 

Trama: In una notte di nebbia Katharine arriva in una misteriosa tenuta vittoriana con l'incarico di controllare che l'eccentrico zio Tully non stia dilapidando il patrimonio di famiglia. Convinta di incontrare un uomo sull'orlo della follia scopre invece che lo zio è un geniale inventore e sostenta una vivace comunità di persone straordinarie come lui, salvate dai bassifondi di Londra. Aiutato dal giovane e affascinante Lane, Tully realizza creazioni fantasmagoriche: pesci meccanici, bambole che suonano il pianoforte e orologi dai mille ingranaggi. Ma Katharine comprende ben presto che una trama di interessi oscuri minaccia il suo mondo pieno di meraviglie e, forse, il destino di tutta l'Inghilterra.

La mia recensione:

Una Londra vittoriana, una villa misteriosa e piena di segreti, una protagonista tormentata, divisa tra cosa è giusto e cosa è vantaggioso per lei, sono gli ingredienti ideali per un libro "come piace a me", che m'incateni alle sue pagine e mi ossessioni fino a quando non è finito.

"Fu come trovarsi nella direzione sbagliata, come se correndo fra gli orologi mi fossi in qualche modo spostata all'indietro anziché in avanti, in un posto che non mi voleva. [...] Vidi anche due occhi neri che scintillavano in un viso pallido che fluttuava sopra la mia spalla. Gridai, mi tappai la bocca con una mano e mi voltai, mentre un grido si rivoltava beffardo riecheggiando contro di me." 


(Tratto da "La fabbrica delle meraviglie")

Katharine Tulman vive a Londra con la zia Alice, una donna egoista e leziosa, che la tratta più come una sua sottoposta che come una nipote. Quando la manda a verificare le condizioni della tenuta di Stranwyne, futura eredità del suo unico figlio, Katharine non ha altra scelta che obbedire: in quanto orfana e donna nubile sa di non poter sopravvivere senza il sostegno economico della zia ed è pronta a mettere da parte le sue opinioni personali per accontentarla. Tutto ciò che dovrà fare, le dice zia Alice, sarà pernottare a Stranwyne per qualche giorno e confermarle lo squilibrio mentale dello zio Tulman, attuale padrone della tenuta, per rinchiuderlo in un manicomio e prendere finalmente possesso dell'intero patrimonio di famiglia.

-Katharine- aveva detto mia zia. -C'è del lavoro da fare, per il quale credo tu sia la persona più adatta. "Sì, zia" avevo pensato. "Sono sempre la persona più adatta per i tuoi lavori. C'è una cameriera da rimproverare, un'altra collana da dare in pegno? O mio cugino Robert ha fatto qualcosa di sconveniente nel capanno degli attrezzi da giardino?" Soffiai sull'inchiostro fresco del libro mastro e posai la penna.
- Temo che tuo zio Tulman abbia perso il suo equilibrio mentale.
Aspettai, chiedendomi se mi avrebbe ordinato di aggiustare i meccanismi di una mente umana. 
(Tratto da "La fabbrica delle meraviglie")
Ma le cose si rivelano più difficili del previsto. Katharine si ritrova a soggiornare in una villa immensa, piena di oggetti antichi e di stanze dall'aspetto spettrale. Il personale domestico è disorganizzato e stranamente ostile, ogni membro del villaggio sembra riluttante a farle incontrare "il signor Tully", come hanno soprannominato suo zio.
Ma da ragazza ostinata quale è, Katharine riesce presto ad incontrare lo zio e resta assolutamente sbalordita da ciò che trova; quello che le era stato dipinto come un pazzo è in realtà un uomo geniale, che vive in un mondo tutto suo, fatto di numeri e macchinari complessi e una vita scandita dai rintocchi degli orologi e pause per il té.

- Zio - lo interruppi - questo... l'hai fatto tu? - Lui tirava la stoffa della giacca, scuotendo la testa. - No, questo giocattolo no. Non tutti i pezzi. Io faccio solo i calcoli e i disegni. Poi Lane prende i disegni e mi riporta i pezzi e io li metto insieme finché non sono come dovrebbero. Ma questo giocattolo non è uscito dalla mia testa, no. E' venuto dalla testa di qualcun altro, anche se non mi hanno detto come.La piccola figura di mia nonna da bambina fece una pausa e ricominciò la canzone, mentre il volto di mio zio si illuminava.- Sto pensando di farti vedere con cosa sto giocando ora. Viene dalla mia testa, ogni singolo pezzettino. Lane? Lane! Facciamolo vedere alla mia nipotina.Fui aiutata a rialzarmi e ripartii a passo svelto in quello zoo, chiedendomi vagamente quanti dei giocattoli in mostra erano persone "andate via".
(Tratto da "La fabbrica delle meraviglie")

Lo zio Tully è in assoluto il mio personaggio preferito nel romanzo. Nonostante l'età avanzata, è come un bambino, sempre perso nel suo universo di giochi e di divertimento. Non ha la minima idea della genialità delle sue invenzioni, per lui sono soltanto uno svago e, nel caso delle bambole meccaniche, un modo per ricordare i propri cari scomparsi. Lo zio Tully ricorda con affetto la madre, Marianna, che lo amava esattamente per ciò che era, e nella nipote rivede alcune qualità, che gliela rendono gradita dal primo istante.
Katharine si lega presto a questo zio dall'animo e dalla mente infantili e comincia a sentirsi in colpa per il piano di sua zia; il solo pensiero di suo zio, così affezionato ai suoi giochi e alla sua routine, rinchiuso in un manicomio, le spezza il cuore.

- Immagino - disse Lane dopo un po' - che per lei debba essere... sbagliato mentire a sua zia.- Risposi con un'esclamazione incredula e lui allungò un braccio e mi strattonò per fermarmi, costringendomi a voltarmi. - Allora perché non vuole mentire? Perché? Lei capisce suo zio! Meglio di me che mi occupo di lui da quando ero bambino. Se non vuole farlo per noi, allora, per l'amor di Dio, lo faccia per lui! - La sua voce risuonò contro il legno, il vetro e gli stucchi dorati. Aspettai che l'eco morisse prima di parlare.- Mia zia scoprirà la verità e porterà via zio Tully, qualsiasi cosa io dica. E anche Stranwyne. E se scoprisse che le ho mentito... Quando scoprirà che le ho mentito... mi lascerà in mezzo alla strada senza pensarci due volte. - Divincolai il braccio. - Non posso tenere zio Tully fuori dal manicomio e non posso tenere gli abitanti dei Borghi fuori dall'ospizio dei poveri. l'unica persona che forse posso salvare è me stessa. - Mi spinsi in avanti e mi allontanai da lui. Non ero Giovanna D'Arco. La sua voce mi giunse molto vicina. [...]- Menti per lui - disse. - Per favore, Katharine.
(Tratto da "La fabbrica delle meraviglie")

Un altro personaggio che ha catturato la mia attenzione è Lane, l'assistente dello zio Tully, un diciottenne di origini francesi, taciturno e misterioso. E' un artista molto abile, sa ricreare alla perfezione i modelli disegnati dal suo padrone e si preoccupa sempre di farlo felice.
All'inizio, quando Katharine arriva alla villa con l'obiettivo di distruggere la vita dello zio e di tutti quelli che lavorano per lui, Lane la tratta con freddezza ed evidente antipatia, ma poi impara a conoscerla e capisce che l'affetto della ragazza verso lo zio è sincero. Tra i due scatta un'intesa che potrebbe diventare qualcosa di più.
Ammetto che Lane è un personaggio difficile da decifrare. "Cosa sta pensando?", mi sono chiesta spesso. Lo paragonerei un po' al Signor Darcy di "Orgoglio e pregiudizio", se mi si passa il parallelo, perché ho rivisto in lui la stessa diffidenza e la stessa riservatezza, che pian piano sono evaporate per far posto a un rapporto onesto e fiducioso con la ragazza che fino a poco prima era tanto detestata. 

A complicare il soggiorno di Katharine a Stranwyne non sono solo i sensi di colpa verso lo zio o il rapporto conflittuale con Lane e i domestici. Strane cose accadono nella tenuta: misteriose risate, oggetti scomparsi e ricomparsi come per magia e, soprattutto, preoccupanti episodi di sonnambulismo e di perdita di memoria che fanno temere a Katharine per la propria salute mentale. Che il gene della follia sia ereditario?

Raddrizzai la schiena, rabbrividendo nella camicia da notte fradicia, anche se non ero certa che il tremito dipendesse dal freddo. - Zio - dissi lentamente - puoi dirmi... perché mi trovo qui?
Zio Tully si accigliò. - Tu sei confusa, nipotina. A volte la gente si confonde. Dimentica, commette degli errori. Tu hai dimenticato le scale.
Mi circondai con le braccia, cercando di smettere di tremare. - Ho dimenticato le scale?
- Sì! - Gli occhi di mio zio erano due punti azzurri nel buio. - Volevi scendere e ti sei dimenticata le scale. E non volevi ricordare. E poi ti sei messa a dormire e non ti svegliavi. Ti sei confusa. [...] 
Solo in quel momento colsi appieno l'orribile verità: se zio Tully non fosse stato lì, ad ascoltare ciò che gli dicevano gli orologi, il mio corpo sarebbe stato un mucchio d'ossa rotte sul pavimento della cappella. E non sarebbe stata colpa di nessuno, se non mia.
 

(Tratto da "La fabbrica delle meraviglie")

Leggere questo romanzo è stata un'esperienza meravigliosa. La scrittrice ha uno stile chiaro, ma complesso, ricco di descrizioni dettagliate che ti trascinano lentamente nel vortice della narrazione. Sharon Cameron ha creato questo piccolo mondo nel mondo, colorato e folle, pieno di personaggi misteriosi e accattivanti, che non sai se amare oppure odiare. 
E' quasi come essere nel Paese delle Meraviglie, con un Cappellaio Matto per zio, una cameriera chiacchierona e sorridente come uno Stregatto e lunghi corridoi di porte che nascondono formule segrete e macchinari complessi. Come Alice, Katharine dovrà trovare se stessa in mezzo alla follia e imparare che non sempre ciò che appare normale lo è e viceversa.
Se cercate il mistero, la follia e un'atmosfera neogotica tipicamente vittoriana, questo è il romanzo che fa per voi. L'unica pecca, se proprio devo trovarne una, è che stiamo parlando di una trilogia, dunque il finale è aperto e vi toccherà aspettare il prossimo libro per saperne di più.

Voto 8 1/2

Promosso





martedì 18 novembre 2014

Recensione de "Il kimono rosso", di Lesley Downer

Cari lettori, il post di oggi è dedicato a "Il kimono rosso", un romanzo storico che mi ha catapultato in un'atmosfera orientale dal sapore dolce-amaro. Se anche voi, come me, siete amanti della terra del Sol Levante, seguite la mia recensione.

Trama: 

Mentre saluta il comandante Yamaguchi, suo marito, in partenza per combattere contro i ribelli allo shogun, Hana indossa il suo kimono da cerimonia; i capelli lunghi sono spalmati d'olio e raccolti in un'acconciatura ordinata come vuole la tradizione. A lei il compito di difendere e custodire la loro casa, ma quando la guerra, sempre più sanguinosa e violenta, si avvicina, Hana è in pericolo di vita e deve fuggire a Tokyo. Ad accoglierla sono i colori, i suoni e i profumi di Yoshiwara, il quartiere del piacere, e una casa per cortigiane diventa in modo imprevisto il suo rifugio. Scoprendo dentro di sé una sensualità fino a quel momento ignorata, si trasforma in una perfetta cortigiana e assapora per la prima volta il gusto della libertà e il sottile piacere della seduzione. Ma è Yozo, un coraggioso soldato, a cambiarle definitivamente la vita. Sfuggito alla cattura dei suoi nemici, si dirige nell'unico posto in cui un uomo sa di essere al sicuro: Yoshiwara. Tra Yozo e Hana nascerà un amore appassionato su cui incomberà una minaccia, legata a un segreto nascosto dal giovane e che, una volta rivelato, rischierà di oscurare la loro felicità.

La mia recensione:

Non è facile per me recensire un libro e, soprattutto, dargli un voto quando ha saputo catturare la mia attenzione pur non essendo perfetto. Ma volere è potere, perciò tenterò.
La protagonista è Hana, sposa del comandante Yamaguchi, samurai dalla fama di spietato guerriero, che la tratta come una serva e non esita a picchiarla quando s'infuria. Hana è rassegnata al suo destino: il suo matrimonio, come quello di molte donne, non è basato sull'amore, ma sull'onore e la fedeltà, ed è proprio questo che il marito pretende prima di partire per la guerra. Hana deve proteggere i suoi genitori e la casa e aspettare il suo ritorno, non importa come o quando.
Ma quando un gruppo di ribelli fa irruzione in casa sua, Hana, seppure un'abile spadaccina, è costretta a scappare per salvarsi. 
Si dirige a Edo, l'odierna Tokyo, e cerca aiuto. Viene avvicinata da una donna e, ingenuamente, la segue, con la speranza di trovare rifugio. Ma la sconosciuta la porta a Yoshiwara, il famoso quartiere del piacere, e la vende ad una casa di prostitute.

"...rumoroso, colorato, pieno di donne dal trucco vivace e di uomini in cerca di piacere. Suo marito si era spesso vantato di essere assai popolare tra le signore, laggiù. Il peggiore dei luoghi malfamati, si diceva. Una città nella città a un'oradi cammino dalle mura di Edo: quanto bastava perché la gente ammodo non fosse contaminata da ciò che avveniva là dentro, qualunque cosa fosse. Certo non era posto per una come lei." (Tratto da "Il kimono rosso")

Hana, dunque, è costretta a diventare una cortigiana per sopravvivere. Dopo alcuni tentativi di fuga impara ad apprezzare la gente del posto, gli abiti colorati e raffinati e, soprattutto, la libertà di divertirsi e di esternare la propria sensualità. In poco tempo, diventa la prostituta più nota e più richiesta, il che le dà modo di scegliere da sé i propri clienti. Se pur trattata come un oggetto del desiderio, Hana è felice.

"Era una di loro. Il boato si spese e una voce maschile esclamò: - Una nuova ragazza! Bellissima! Ehi, tesoro, guarda qui! - Poi intervenne un'altra voce: - E' mia. Ehi, ragazza nuova, come ti chiami? - Nella gabbia, il buio brulicava di sguardi. Occhi grandi, piccoli, tondi, a mandorla: tutti che la fissavano." (Tratto da "Il kimono rosso")

Parallelamente alle vicende di Hana, seguiamo quelle di Yozo, soldato che combatte i nemici del sud, che hanno invaso il Giappone. 
Yozo ha vissuto per anni in Europa, a bordo della Kaiyo Maru, una nave da guerra a servizio delle flotte settentrionali, e per questo viene spesso deriso e trattato con diffidenza dai soldati giapponesi, che temono che il suo spirito si sia "occidentalizzato".
E Yozo nel suo cuore pensa la stessa cosa; gli mancano le grandi città europee, i maestosi palazzi di pietra, i mercati e la spensieratezza, ma soprattutto gli manca essere considerato una persona e non soltanto il sottoposto di qualcuno. 
Come Hana, sogna la pace e la libertà di essere se stesso. Forse è per questo che, quando la incontra, dopo numerose peripezie, si innamora di lei a prima vista e per lei sarà disposto a rinunciare a tutto ciò che ha, persino l'onore.

" - Ricorda ciò che ti ho detto - rispose Yozo, carezzandole i capelli. - Sarò sempre qui a proteggerti. - Hana lo strinse tra le braccia, sentendo il corpo caldo del giovane contro il suo. Le loro labbra si sfiorarono di nuovo e lei chiuse gli occhi, dissolvendosi nella scarica di desiderio che il suo tocco le accendeva dentro." 
(Tratto da "Il kimono rosso")

Entrambi i protagonisti sono ben caratterizzati e descritti; ho ammirato Yozo per la sua tenacia e per l'affetto che egli nutre per i suoi commilitoni, e ho ammirato Hana per la sua forza e per la sua capacità di rinascere in circostanze tanto difficili. 
La narrazione è fluida, cruda quando serve. Lesley Downer spalanca abilmente una finestra su un altro mondo, ben lontano dalla perfezione e dallo sfarzo che conosciamo, che riesce ugualmente a conquistarci.
Questo romanzo, però, non è esente da pecche. L'alternarsi delle vicende di Hana e Yozo rallenta, soprattutto nella prima metà del libro, il ritmo del racconto. Tutte le descrizioni delle battaglie di Yozo e dei suoi ricordi sui viaggi oltreoceano potevano essere riportati in maniera più sintetica, poiché spesso mi sono ritrovata ad annoiarmi, ansiosa che i due personaggi si riunissero. 
L'incontro tra i due avviene quasi a tre quarti del romanzo, perciò possiamo dire che la trama non riguarda soltanto la loro storia d'amore, il che andrebbe benissimo, se il libro non si presentasse come tale. Mi sarebbe piaciuto vedere sviluppato meglio il loro amore e le loro vicissitudini, piuttosto che i tragici avvenimenti che li hanno portati ad incontrarsi. Ho avuto la sensazione che la storia stentasse a partire, per poi accelerare all'improvviso, cadendo talvolta nella prevedibilità. Negli ultimi capitoli succedono tantissime cose, tutte di seguito, senza quasi lasciare respiro al lettore. 
La lettura de "Il kimono rosso" è dunque all'insegna dell'attesa, che i protagonisti si incontrino, si amino e si salvino, e della conoscenza di un Giappone di metà Ottocento, scosso dalla guerra civile e dalla povertà.
Se siete alla ricerca di un romanzo che descriva fedelmente il paese del Sol Levante, le sue tradizioni e i suoi colori, questo è senza dubbio il libro che fa per voi. Se cercate una storia d'amore appassionante, insolita, che sappia stupirvi, continuate a cercare.

Voto: 5 e 1/2

Promosso
ma con riserva



venerdì 24 ottobre 2014

Recensione de "La contessa nera", di Rebecca Johns


Cari lettori, oggi voglio parlarvi di un bellissimo romanzo storico, che ha saputo tenermi incollata alle pagine fino alla fine e che mi ha fatto amare, per quanto possibile, uno dei personaggi femminili più oscuri e spaventosi della storia d'Europa. Se vi piacciono le storie basate su persone e fatti reali, dove il mistero si mescola alla follia e alle debolezze dell'animo umano, questo è il romanzo che fa per voi.


Trama: Ungheria, 1611. L'alba illumina l'imponente castello di Csejthe. Nella torre più alta, una donna vestita di nero è sveglia da ore. Il suo sguardo austero è rivolto verso una feritoia nel muro che mostra solo un piccolo squarcio di cielo. Questa è l'unica cosa che scorgerà per il resto della vita. Murata viva in quella stanza fino alla morte: così ha decretato il conte palatino. Ma la contessa Erzsébet Bàthory, per tutti una strega e un'assassina, non ha nessuna intenzione di accettare supinamente il destino che le viene imposto. Non l'ha mai fatto in vita sua.


La mia recensione:

"La contessa Dracula" o "Contessa sanguinaria", è così che la storia ricorda Erzsébet Bàthory, leggendaria serial killer ungherese vissuta tra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo.
Le sue vittime, all'incirca trecento, erano giovani donne di bell'aspetto e in età da marito, ragazze che lavoravano in casa sua e che la contessa, con l'aiuto dei suoi servi più fedeli, adorava torturare fino alla morte. Non sorprende, dunque, che la sua figura sia spesso accostata a quella di Vlad l'Impalatore, noto ai più come Dracula, né che siano molte le versioni legate alla leggendaria contessa ungherese.
Il libro di Rebecca Johns segue l'intera vita di Erzsébet, partendo dalla fine. Dalla prima pagina sappiamo già che è stata rinchiusa in una torre, condannata ad essere murata viva, con l'accusa di omicidio e stregoneria. Nella penombra della sua prigione, Erzsébet decide di scrivere al figlio Pàl, per raccontargli la sua versione dei fatti; la contessa, infatti, si dichiara innocente. O, per meglio dire, ritiene di aver agito sempre per ottime ragioni.

"Non ho fatto nulla che non mi spettasse per diritto di sangue e di titolo, né al conte palatino né a nessun altro. Erzsébet Bàthory, vedova di Ferenc Nàdasdy, figlia della più antica e nobile casata di Ungheria, non è una strega, una pazza, un'assassina o una criminale. E non ha nessuna intenzione di accettare supinamente il suo destino." (Tratto da "La contessa nera")

Tornando con la mente alla sua infanzia, Erzsébet descrive le sue tipiche giornate nella tenuta di Ecsed. Amava leggere e andare a cavallo e badava alle sue sorelle con amorevole cura, insieme a suo fratello maggiore, Istvàn, futuro signore di Ecsed. Aveva solo cinque anni quando la madre le disse che la sua bellezza era la qualità più importante che possedesse e che avrebbe dovuto mantenerla ad ogni costo per procurarsi un buon marito. 
Pur circondata dall'affetto dei familiari, fu testimone di episodi di estrema violenza: la madre era solita far lavorare le cameriere indisciplinate nude sotto il sole cocente e farle frustare; il padre una volta punì uno zingaro, accusato di pedofilia, facendolo seppellire vivo nella carcassa di un cavallo nei giardini del palazzo.
All'età di dieci anni, Erzébet perse suo padre e meno di un anno dopo venne mandata contro il suo volere a Sàrvàr, nella casa del suo futuro sposo, dove una suocera oppressiva e un istitutore fin troppo severo le fecero avvertire un profondo senso di solitudine e abbandono.


"Se avessi scelto io di soggiornare in quel posto, avrei potuto trovare una ragione per essere felice nella mia nuova casa, (...) dove un'anziana donna sola aveva deciso di tenermi con sé come una figlia. Ma quella notte e per lungo tempo in seguito non vidi altro che pareti di pietra imbiancate chiuse intorno a me: la più bella prigione del mondo, è vero, ma pur sempre una prigione."(Tratto da "La contessa nera")
Erzébeth Bàthory in un dipinto anonimo.

Sua unica amica e confidente fu la serva Darvulia, che con il suo aspetto sgradevole e dimesso conquistò subito il cuore della contessa; Darvulia non avrebbe mai potuto essere una minaccia alla sua vanità e divenne, col tempo, complice dei suoi misfatti.
Ad accrescere ulteriormente il suo disagio, la totale indifferenza di Ferenc Nàdasdy, il suo fidanzato, che sembrava non apprezzare i suoi gesti gentili né la sua decantata bellezza. Erzsébet si sentiva umiliata e offesa dalla sua noncuranza, e furiosa con le cameriere, che si vantavano tra loro di essere andate a letto con il padrone e che parevano ridere di lei in ogni momento. E saranno proprio quelle ragazze a scatenare il lato mostruoso della giovane signora. 
Seguiranno numerosi avvenimenti, che mostreranno come la solitudine, i tradimenti e gli inganni possano scatenare la più grande ferocia anche negli animi più sensibili.
L'autrice dipinge un personaggio estremamente umano e vulnerabile, ogni azione di Erzsébet è dettata dall'insicurezza e dal desiderio di essere amata. Con abilità, le azioni del "mostro" vengono raccontate come se fossero state del tutto ragionevoli. Il lettore si immedesima in lei, prova lo stesso vuoto e la stessa vergogna nel sentirsi traditi e rifiutati. Alla fine del romanzo, ho provato quasi pena per questa fragile donna murata viva e non ho potuto fare a meno di sentirmi triste per lei.

"Il mio nome è stato trascinato nel fango più di quanto potessi immaginare. Dicono che ho mangiato la carne delle mie domestiche, picchiandole con le mie stesse mani fino a ricoprirmi del loro sangue, usando incantesimi e pozioni contro il conte palatino (...). Mi hanno fatto diventare una donna vampiro, un abominio." (Tratto da "La contessa nera")

Per concludere, sento di poter consigliare questo romanzo al cento percento. I dialoghi sono affascinanti, le descrizioni dettagliate, ma mai noiose. Il coinvolgimento nelle vicende è totale e, anche se conosciamo già il finale, sono tanti i segreti che la contessa ci svela e che ci lasciano a bocca aperta. Assolutamente consigliato.

Voto: 8

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